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Rapporti di coppia

Dipendenza affettiva: la tolleranza dell’intollerabile

La dipendenza affettiva è la condizione in cui non ci si può permettere di essere davvero amati: l’altro diventa così vitale da tollerare ciò che sarebbe normalmente insopportabile pur di non perderlo.
È una forma di legame che spesso nasce nell’infanzia, quando il sistema nervoso impara che, se l’altro se ne va, è come se si smettesse di esistere.

Per chi desidera un percorso mirato su questi temi, può essere utile un approfondimento nella pagina dedicata alla dipendenza affettiva e paura dell’abbandono.

Cos’è la dipendenza affettiva: il trauma dell’assenza

La dipendenza affettiva nasce quando, da bambini, abbiamo interiorizzato l’idea che la nostra esistenza dipenda dallo sguardo dell’altro. Se l’altro c’è, esisto; se l’altro si allontana, smetto di sentirmi reale.

Per questo, da adulti, ci si aggrappa alla relazione, si sopporta, si controlla, si tollera l’intollerabile non per “debolezza”, ma perché si è convinti, a livello profondo, di non poter sopravvivere alla perdita. A parlare è il trauma dell’assenza: non sei stato picchiato, ma qualcosa di ancora più profondo è mancato, non sei mai stato visto.

Il corpo non riesce a stare da solo senza vivere un senso di non-esistenza:

“Esisto solo nello sguardo dell’altro”
(Teoria e clinica del neglect, Ruth Cohn, 2025).

Questa esperienza è strettamente collegata al neglect, cioè a una trascuratezza emotiva precoce e continuativa, in cui il bambino non riceve la sintonizzazione emotiva di cui avrebbe bisogno. Approfondire il tema della trascuratezza e cura di sé può aiutare a collegare queste radici alle forme di dipendenza affettiva in età adulta.

Sintomi della dipendenza affettiva

Alcuni sintomi tipici della dipendenza affettiva sono:

  • Ansia da separazione / paura dell’abbandono
  • Sindrome d’astinenza quando l’altro si allontana o non è disponibile
  • Annullamento del sé
  • Bassa autostima e senso di inadeguatezza
  • Compiacenza e sottomissione
  • Idealizzazione del partner
  • Relazioni tossiche e ripetitive

In questi schemi, l’altro diventa la fonte principale (a volte unica) di valore e sicurezza, mentre i propri bisogni e limiti passano costantemente in secondo piano.

I tre tipi di dipendenza affettiva

L’autrice descrive tre principali modalità con cui la dipendenza affettiva può manifestarsi: compiacente/invisibilemendicante/rabbiosa e controdipendente. Non sono etichette rigide, ma mappe utili per riconoscere il proprio funzionamento.

1. Compiacente / Invisibile

“Se non do fastidio, mi terranno.”

La persona compiacente/invisibile si adatta, chiede poco, tende a non disturbare. Da bambina, a un bisogno espresso seguiva il vuoto: nessuna risposta, nessuna sintonizzazione.

Per proteggersi, ha spento i bisogni, imparando a non sentire. Oggi, però, dentro può sperimentare una sensazione di morte interna, di vuoto, come se non avesse il diritto di occupare spazio nella relazione.

2. Mendicante / Rabbioso

“Se faccio abbastanza rumore, forse mi vedono.”

La persona mendicante/rabbiosa vive la relazione come un continuo tentativo di farsi notare. Mette in atto scenate di gelosia, test, prove d’amore, e poi si vergogna e si ritira.

Da bambina ha imparato che riusciva ad ottenere attenzione solo attraverso la crisi, la rottura, l’eccesso. L’amore viene così vissuto come un dramma, una tensione costante. Il rischio è logorare la relazione e confermare una profezia dolorosa:

“Io non sono amabile / non sono amato”.

3. Controdipendente

“Se non mi lego, non soffrirò.”

La persona controdipendente evita il legame profondo: fugge l’intimità, sceglie partner non disponibili, relazioni impossibili o sbilanciate. Da bambina ha imparato che la vicinanza fa male, che dipendere significa essere feriti.

Ha deciso, spesso in modo inconsapevole, che la dipendenza “uccide” e che l’unico modo per sopravvivere è non legarsi davvero. Il rischio è una solitudine profonda, mascherata da frasi come: “Io sto benissimo da sola/o”.

Perché si sceglie sempre la persona “sbagliata”

Scegliere sempre la persona “sbagliata” non è casuale: è una coazione a ripetere. Il cervello cerca di chiudere la ferita originale ricreandola, nella speranza inconscia, questa volta, di cambiare il finale.

  • Se sei compiacente o ti muovi in modo narcisistico, continui a non esistere davvero: ti adatti, ma non ti senti visto.
  • Se mendichi amore, tendi ad attirare partner evitanti, così puoi ripeterti che nessuno resta mai davvero.
  • Se sei controdipendente, scegli persone dipendenti, in modo da poter confermare l’idea che ti soffocano e scappare di nuovo.

In questo modo ripeti all’infinito il neglect, la tua storia di non-rispecchiamento, nel tentativo di cambiare il finale. Ma il finale sei tu: sei tu che devi cambiare, non l’ennesimo partner.

Per chi sente di riconoscersi in questi schemi, può essere utile leggere anche l’articolo sulla dipendenza affettiva, che approfondisce ulteriormente dinamiche e vissuti tipici.

Terapia: dalla dipendenza all’autoesistenza

La terapia per la dipendenza affettiva lavora proprio su queste ferite antiche e su come si ripropongono nelle relazioni di oggi. Si tratta di un lavoro che tiene insieme il piano del corpo, delle emozioni e della storia personale.

In generale, i punti chiave descritti dall’autrice sono:

Costruire una base sicura

Come terapeuta, diventi il genitore responsivo che il paziente non ha mai avuto.

  • Resti presente mentre il paziente crolla, urla, piange.
  • Non ti ritiri quando il dolore emerge, non lo minimizzi e non lo giudichi.

Si costruisce così una “base sicura”, in cui il paziente può sperimentare che c’è qualcuno che resta, anche nei momenti di crisi. È lo stesso principio che guida molti percorsi presenti nell’area Terapie.

Riabilitare il corpo

Chi ha vissuto neglect è spesso abituato a non sentire nulla per non soffrire. Il lavoro terapeutico passa quindi anche dal corpo:

  • insegnare a localizzare le sensazioni nel corpo
  • riconoscerle e dare loro un nome
  • tollerare gradualmente ciò che emerge

Prima o poi, qualcosa si sentirà di nuovo: è un segno di vitalità che torna, non di debolezza.

Differenziare passato e presente

Quando il paziente porta un’emozione intensa, il terapeuta lo aiuta a collegarla all’infanzia:

  • ricordargli che il dolore che prova è spesso legato alla madre o alla figura di attaccamento,
  • non necessariamente al partner attuale.

In questo modo si inizia a differenziare ciò che appartiene al passato da ciò che accade nel presente, riducendo il rischio di vivere ogni conflitto come una minaccia di annientamento.

Microesperienze di autoesistenza

Un passaggio cruciale è creare microesperienze di autoesistenza:

  • imparare a stare da soli 10 minuti, poi 20, poi di più
  • fare esperienze significative da soli
  • dire “no” alle richieste che non si approvano
  • scegliere relazioni più riparative, non solo familiari

Passo dopo passo, il paziente impara che può scegliere di esistere e di scegliere chi amare. La trasformazione interiore diventa:

da “io non sono nulla senza di te”
a “io esisto con o senza di te”.

Da qui nasce l’amore autentico: non hai più bisogno d’amore per sentirti vivo, scegli l’amore da un sé che esiste già.

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Autostima

Degni di autostima: come nasce e come si coltiva il valore di sé

Alla base di molto disagio psichico si trova spesso una profonda carenza di fiducia in sé, una quasi totale mancanza di autostima. Dai disturbi d’ansia a quelli somatoformi, dalle depressioni maggiori alle relazioni tossiche e alle varie forme di dipendenza, la mancanza di amore verso sé stessi rappresenta un filo rosso che attraversa quadri psicologici molto diversi.

Attraverso le diverse psicopatologie si snodano mondi interni in cui il valore di sé è l’elemento mancante, l’estraneo non riconosciuto. Lavorare sull’autostima significa allora tornare a quella ferita originaria in cui il proprio valore è stato messo in dubbio.

Quando il valore di sé è l’“estraneo mancante”

Prendersi cura dell’altro è un atto dovuto, che parte dal riconoscere il “bambino interno” e la sua ferita originaria. In terapia diventa fondamentale capire:

  • dove nasce il suo senso di non valore / non valere
  • in quali momenti si è sentito più volte non capito, non voluto, non apprezzato, non degno, non valorizzato, non amato

È attraverso la storia personale che emergono i punti focali in cui l’autostima si è incrinata, fino a svuotare di significato la percezione di sé. Le ricerche mostrano come esperienze precoci di mancata validazione emotiva possano favorire in età adulta vissuti di inadeguatezza, vergogna e bassa autostima.

Il primo sguardo: autostima e attaccamento

Il germe dell’autostima si trova nel primo sguardo madre–bambino, in quel mirroring fatto di infinite corrispondenze, tenerezze, risposte adeguate ai bisogni.

Lo sguardo materno restituisce valore sia al sorriso sia al pianto del bambino:

  • ogni espressione ha un senso
  • ogni emozione ha valore
  • ogni segnale ha dignità di esistenza

Dopo questo primo sguardo, le cure di una base sicura danno al bambino il fondamento fisico ed emotivo per lanciarsi nel mondo, esplorarlo e sperimentarsi con la sicurezza di chi si è sentito amato in modo unico e totale. Quando questo non avviene, può essere utile lavorare in uno spazio dedicato come la terapia per autostima e assertività.

Quando c’è neglect: “non sono stato visto, non valgo nulla”

Nel caso invece di neglect (trascuratezza, abbandono, abuso) da parte del caregiver, la situazione diventa critica. Il futuro adulto tende a replicare il modello di attaccamento vissuto:

  • non sono stato amato
  • sono stato amato poco
  • sono stato abbandonato
  • sono stato abusato
  • non sono stato visto = non valgo nulla

Per assicurare la sopravvivenza, la mente organizza strategie di adattamento che però mantengono vivo il messaggio di fondo: “non merito”. Il neglect va curato in modo specifico, con modalità che l’autrice affronterà altrove; percorsi mirati come quelli dedicati alla trascuratezza e cura di sé possono offrire uno spazio protetto per iniziare questo lavoro.

La mancanza di autostima si può curare

La mancanza di autostima si può curare, ma non con scorciatoie. Serve un lavoro quotidiano di modifica del sé che parta da una consapevolezza profonda: merito aiuto.

Il valore di sé non è un’etichetta che ci viene appiccicata dall’esterno, ma una conquista quotidiana, fatta di piccoli gesti verso se stessi, come se ci si prendesse cura di un giardino da far rifiorire.

Piccoli gesti quotidiani per far rifiorire il valore di sé

L’apprezzamento della propria individualità comincia da scelte semplici, ma rivoluzionarie:

  • dire di no alle troppe richieste
  • mettere al primo posto i propri bisogni, a partire da quelli più semplici
  • ascoltarsi davvero, senza giudicarsi

Un altro punto fondamentale è non dare eccessiva importanza a ciò che pensano gli altri di noi:

  • costruirsi una piccola corazza di sicurezze interne
  • coltivare amicizie vere e sincere
  • partire dai valori per noi fondamentali

L’unica persona a cui dobbiamo davvero una spiegazione siamo noi stessi. Quando bassa autostima e vissuti depressivi si intrecciano, può essere utile valutare un supporto specifico, come nella terapia per la depressione o nei percorsi per ansia e attacchi di panico, spesso collegati a una visione di sé impoverita.

Un percorso in 3 passi quotidiani

Non aspettarti risultati in pochi giorni: è un percorso lungo, fatto come se ti prendessi cura del tuo migliore amico. L’autrice lo articola in 3 punti fondamentali:

1. Al mattino: chiediti di cosa hai bisogno

Quando ti alzi, domandati sempre di cosa hai bisogno e traccia dei confini.
Non sentirti mai in colpa se pensi prima a te: è un atto di cura, non di egoismo.

2. Durante la giornata: non compiacere, fortificare

Nel corso della giornata, ricordati di non compiacere gli altri per sentirti meglio.
Persevera invece nelle attività di fortificazione, in tutto ciò che ti aiuta a costruire un senso di stabilità e valore interni.

3. La sera: fai un bilancio della giornata

Alla fine della giornata, fermati e chiediti:

  • com’è andata?
  • manca qualcosa perché la stima di te sia un po’ più forte?

È un momento per aggiustare il tiro, non per giudicarti.

Ventuno giorni per una nuova abitudine

In un libro, l’autrice ha letto che in 21 giorni siamo in grado di cambiare un’abitudine. Non è una regola rigida, ma un’indicazione incoraggiante: se superi quella soglia e vai avanti, potranno cambiare non solo i tuoi gesti, ma anche il modo in cui ti percepisci.

Se continui, giorno dopo giorno, a compiere piccoli atti di rispetto verso di te, sarai in grado di cambiare te stesso. In questo percorso, un lavoro psicologico mirato sull’autostima, come quello proposto nella terapia per autostima e assertività, può offrire una guida sicura e uno spazio di rispecchiamento protetto.

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Psicologia

Le ansie generate dal Covid 19

Ultima tra tutte l’ansia da Limbo

Abbiamo attraversato, in ordine temporale: l’ansia da contagio, nelle prime fasi della pandemia cui ha fatto seguito l’ansia da ritiro, durante i mesi di lockdown; per finire con la sindrome della capanna, in cui le persone non riuscivano più a riadattarsi ad una normale routine quotidiana (circa 1milione). Oggi, la Società Italiana di Psichiatria (Sip) è preoccupata dal manifestarsi di una nuova forma di ansia, che si è sviluppata in questo ultimo periodo. Le cause sono dovute al senso di incertezza che permea la vita delle persone; i pazienti in fila per il test; chi sta vivendo la malattia e vive in un’alternanza di speranza e sconforto; chi è in quarantena o in isolamento.

L’ansia da limbo è l’ansia da attesa del referto, delle indagini seguenti, della terapia. L’ansia da limbo si dilata in reazioni che vanno dalla rinuncia alla rabbia. Nel primo caso può condurre alla depressione, nel secondo a reazioni disforiche di insofferenza, come violare le regole della quarantena, fino a sfociare in veri e propri episodi di violenza. Chi soffre di questo tipo di disagio, manifesta una costante sensazione di spossatezza, di mancanza di concentrazione, un senso di spaesamento, disturbi della sfera del sonno.

Come combatterla

La Società italiana di Psichiatria invita a non isolarsi, a ricercare la relazione con l’altro, per potere scambiarsi vissuti, emozioni, pensieri negativi. I social network rappresentano un’utile opportunità per sconfiggere il senso di solitudine e il ritiro sociale, la terapia on line è un altro strumento che permette un ascolto attento e consigli utili in un momento di grande sconforto. Non esitare a rivolgerti ad uno specialista se senti che le tue forze sono al limite.

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Psicologia

La Dipendenza Affettiva

Che cos’è la Dipendenza Affettiva

La Dipendenza Affettiva è un disagio psichico che coinvolge le aree affettivo-emotivo-relazionale, imprigionando il soggetto coinvolto in un’ossessione verso l’oggetto amato, dal quale dipende e per il quale è disposto a qualsiasi azione di tipo disfunzionale. Il desiderio nei confronti dell’altro si trasforma in bisogno impellente, continuo, compulsivo. Il bisogno del partner è rigido e pervasivo; il pensiero si trasforma in ossessione, l’individuo dipendente perde la propria soggettività per sottomettersi all’altro; l’oggetto amato diventa la sola ragione di vita.