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Il neglect, la trascuratezza e l’abbandono 

Il neglect, o trascuratezza emotiva, non riguarda genitori “cattivi” o deliberatamente malvagi, ma un fallimento profondo della sintonizzazione affettiva con il bambino. Il genitore non riesce a mettersi nei suoi panni emotivi, non percepisce davvero ciò che prova, e il cervello del bambino traduce tutto questo in un messaggio unico e devastante: “io non sono visto”.

La trascuratezza emotiva è descritta in letteratura come una forma di mancanza relazionale precoce che può avere conseguenze gravi e di lunga durata sullo sviluppo psichico e relazionale.

Cos’è la sintonizzazione affettiva

Per sintonizzazione affettiva intendiamo la capacità del caregiver di rispondere in modo empatico ai bisogni emotivi del bambino, riconoscendoli e modulandoli. Non significa essere perfetti, ma essere presenti, disponibili, emotivamente raggiungibili.

Nel neglect questa sintonizzazione si rompe: il genitore non vede davvero il bambino, non risponde ai suoi stati interni, non regola le sue emozioni. Il bambino resta solo con ciò che sente, e questo vuoto relazionale si organizza come una ferita: il trauma del non rispecchiamento.

Come il neglect incide sull’identità del bambino

Il neglect incide in modo profondo sulla costruzione dell’identità. Il bambino, non sentendosi visto, al sicuro o desiderato, cerca inconsciamente strategie per sopravvivere emotivamente.

In particolare, può arrivare a tre posizioni principali:

  • Se non si sente al sicuro → si congela.
  • Se non si sente visto → asseconda gli altri.
  • Se non si sente desiderato → elemosina attenzioni.

Queste modalità, nate per proteggersi, possono diventare in età adulta veri e propri schemi di funzionamento nelle relazioni, contribuendo anche a sviluppare difficoltà di autostima, dipendenza affettiva e problemi nella regolazione emotiva.

I volti clinici del neglect

Il neglect non ha un solo volto, ma diversi quadri clinici che spesso si intrecciano tra loro. Alcuni aspetti tipici sono:

  • “Mi sento inutile” → mi congelo. Il corpo appare rigido, lo sguardo spento, come se la persona fosse scollegata da ciò che prova.
  • “Ha senso esistere solo se sono utile” → dissociazione. La persona è presente nelle funzioni, ma disconnessa dal nucleo emotivo di sé.
  • Falso sé / iper-adattamento. Esisto solo se vado bene agli altri, se mi adatto, se non disturbo, se soddisfo i loro bisogni.
  • Vuoto rabbioso. Alternanza tra apatia, vuoto interno e improvvisi scoppi di rabbia, spesso difficili da comprendere anche per chi li vive.

La frase che spesso riassume il vissuto del paziente con neglect è: “nessuno mi capisce”. L’unico modo imparato per essere visto può diventare l’acting out, cioè perdere il controllo, agire sintomi o comportamenti estremi pur di ottenere uno sguardo.

Abuso e neglect: cicatrici e squarci

L’abuso lascia cicatrici, il neglect lascia squarci. Il nostro cervello a volte gestisce peggio gli squarci del vuoto che non le ferite visibili.

  • Un bambino picchiato sa di esistere, anche se male.
  • Un bambino che non è mai stato visto, guardato, riconosciuto, non sa di esistere.

In questo consiste il trauma del non rispecchiamento: non c’è un volto che rimanda al bambino un’immagine di sé, non c’è uno sguardo che lo confermi come degno di esistere.

Bowlby e l’attaccamento: quando la sequenza si spezza

Bowlby, padre della teoria dell’attaccamento (1907–1990), descriveva l’attaccamento come un sistema innato: il bambino segnala i suoi bisogni al caregiver, il caregiver risponde, il bambino si calma e si sente al sicuro.

Nel neglect questa sequenza si interrompe:

  • Il bambino lancia un segnale.
  • Non riceve risposta.
  • Al segnale successivo segue di nuovo il vuoto.

Dopo migliaia di volte, il bambino smette di segnalare per proteggersi dal dolore. Impara a nascondere il proprio bisogno, e spesso anche a non sentirlo più. Crescendo, questo può tradursi in difficoltà relazionali profonde, stili di attaccamento insicuri e rappresentazioni negative di sé e degli altri.

Il lavoro psicoterapeutico nel neglect

Lavorare con il neglect in psicoterapia significa occuparsi di una ferita che nasce nella relazione e che solo nella relazione può trovare sollievo. Il focus non è tanto sul fare, ma sul modo di essere con il paziente.

Possiamo pensare al percorso terapeutico come articolato in tre punti fondamentali.

1. Fare esperienza di essere visti

Il primo passo non è interpretare né spiegare, e non è neppure dare compiti. Con il paziente con neglect, all’inizio è vietato fare interpretazioni e non vanno dati compiti.

L’unica indicazione è stare con il suo vissuto, con le sue emozioni, con il suo modo di raccontarsi o di non riuscire a raccontarsi, fino a che possa sentirsi un po’ più al sicuro. Il terapeuta offre:

  • presenza costante
  • uno sguardo che lo tiene a mente
  • una regolazione emotiva che il paziente non ha mai sperimentato

In questo modo il paziente può lentamente interiorizzare l’esperienza di una figura che lo vede davvero, esperienza che spesso è mancata fin dall’inizio.

In questa fase può essere utile, quando il paziente lo desidera, orientarlo verso percorsi specifici dedicati alla trascuratezza e cura di sé, che approfondiscono proprio il tema del prendersi finalmente in carico il proprio mondo interno.

2. Mentalizzare l’assenza: dal vuoto alla narrazione

Il secondo punto riguarda la mentalizzazione dell’assenza: aiutare il paziente a dare parole, immagini e significati a ciò che prima era solo un buio indistinto.

Si parte dal vuoto, dal silenzio del neglect, per arrivare piano piano alla narrazione. Domande semplici e delicate, come:

“Quando lei aveva 6 anni e si sentiva solo, chi avrebbe voluto vicino?”

permettono di iniziare a mettere in forma l’esperienza. Il paziente non deve giudicarsi, ma solo riconoscere e nominare ciò che un tempo non è stato pensabile. Anche difficoltà di autostima e assertività possono trovare spazio in questo lavoro, e in alcuni casi possono essere approfondite in percorsi mirati come quelli dedicati a autostima e assertività.

3. Ricostruire un sé che non dipende dallo sguardo dell’altro

Il terzo punto, che rappresenta l’obiettivo finale del percorso, è la ricostruzione del sé. Un sé che non dipende più totalmente dallo sguardo dell’altro per sentirsi reale.

Solo quando il paziente ha fatto l’esperienza di una base sicura nella relazione terapeutica, è possibile lavorare su:

  • relazioni affettive e legami significativi
  • confini personali e bisogni propri
  • progetti futuri e desideri autentici

Spesso, nella storia di chi ha vissuto neglect, emergono anche dinamiche di dipendenza affettiva o forte paura dell’abbandono, che possono essere affrontate all’interno di percorsi dedicati alla dipendenza affettiva e paura dell’abbandono.

Il punto chiave: non chiede amore, chiede di esistere

Il punto centrale è che il paziente con neglect non chiede amore nel senso romantico del termine. Chiede qualcosa di ancora più essenziale: chiede di esistere.

La terapia diventa allora il luogo in cui questa esistenza viene finalmente riconosciuta e testimoniata. Il terapeuta si fa testimone del fatto che il paziente c’è, vale, ha un mondo interno degno di essere visto. In alcuni casi, aspetti come la strutturazione dell’identità e le difficoltà relazionali profonde possono intrecciarsi con temi di disturbi di personalità, che richiedono ulteriori attenzioni cliniche.

Il bambino che ha vissuto neglect, dentro l’adulto che viene in terapia, ha bisogno prima di tutto di questo: sapere che non sarà più lasciato solo.

I percorsi descritti nello spazio terapie offrono un contenitore in cui iniziare a dare forma, senso e dignità a ciò che per lungo tempo è rimasto invisibile.

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Le ansie generate dal Covid 19

Ultima tra tutte l’ansia da Limbo

Abbiamo attraversato, in ordine temporale: l’ansia da contagio, nelle prime fasi della pandemia cui ha fatto seguito l’ansia da ritiro, durante i mesi di lockdown; per finire con la sindrome della capanna, in cui le persone non riuscivano più a riadattarsi ad una normale routine quotidiana (circa 1milione). Oggi, la Società Italiana di Psichiatria (Sip) è preoccupata dal manifestarsi di una nuova forma di ansia, che si è sviluppata in questo ultimo periodo. Le cause sono dovute al senso di incertezza che permea la vita delle persone; i pazienti in fila per il test; chi sta vivendo la malattia e vive in un’alternanza di speranza e sconforto; chi è in quarantena o in isolamento.

L’ansia da limbo è l’ansia da attesa del referto, delle indagini seguenti, della terapia. L’ansia da limbo si dilata in reazioni che vanno dalla rinuncia alla rabbia. Nel primo caso può condurre alla depressione, nel secondo a reazioni disforiche di insofferenza, come violare le regole della quarantena, fino a sfociare in veri e propri episodi di violenza. Chi soffre di questo tipo di disagio, manifesta una costante sensazione di spossatezza, di mancanza di concentrazione, un senso di spaesamento, disturbi della sfera del sonno.

Come combatterla

La Società italiana di Psichiatria invita a non isolarsi, a ricercare la relazione con l’altro, per potere scambiarsi vissuti, emozioni, pensieri negativi. I social network rappresentano un’utile opportunità per sconfiggere il senso di solitudine e il ritiro sociale, la terapia on line è un altro strumento che permette un ascolto attento e consigli utili in un momento di grande sconforto. Non esitare a rivolgerti ad uno specialista se senti che le tue forze sono al limite.

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La Dipendenza Affettiva

Che cos’è la Dipendenza Affettiva

La Dipendenza Affettiva è un disagio psichico che coinvolge le aree affettivo-emotivo-relazionale, imprigionando il soggetto coinvolto in un’ossessione verso l’oggetto amato, dal quale dipende e per il quale è disposto a qualsiasi azione di tipo disfunzionale. Il desiderio nei confronti dell’altro si trasforma in bisogno impellente, continuo, compulsivo. Il bisogno del partner è rigido e pervasivo; il pensiero si trasforma in ossessione, l’individuo dipendente perde la propria soggettività per sottomettersi all’altro; l’oggetto amato diventa la sola ragione di vita.